Migrazioni e accoglienza generativa nelle aree interne

Il 24 maggio a Chiusano d’Asti si è tenuto un seminario sulle migrazioni e l’accoglienza generativa nelle aree interne, promosso dal Forum Disuguaglianze Diversità insieme a Strategia Nazionale Aree Interne nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile. A intervenire, per la SNAI, è stata Daniela Luisi. Quella che riportiamo qui è la sua presentazone, un’analisi frutto del lavoro di progettazione strategica e del confronto con gli stakeholder coinvolti nella definizione delle Strategia d’area.

1.    Cosa abbiamo imparato dalla SNAI (come metodo)

– Abbiamo Ricomposto il significato del bene pubblico e applicato un metodo che supera un approccio deterministico e tecnico ai luoghi per lavorare a un approccio strategico ai luoghi. Più entrano variabili nell’ascolto e nella costruzione creativa, maggiori sono le complessità e maggiori le opportunità generate. Ascolto e messa in relazione, quindi, per capire che i territori sono soggetti parlanti.

– Potenzialità svelate da laboratori di partecipazione e tavoli di co-progettazione con cittadini, con tre obiettivi: condividere una visione di sviluppo; costruire un approccio di ricerca/azione; accrescere il principio di consapevolezza.

– Approccio legato all’ascolto e alla “costruzione di conflitto” (far emergere percorsi di rottura e di cambiamento), per mettere insieme persone (inclusi i comuni, che acquisiscono consapevolezza e gradi di innovazione), idee e azioni diverse.

– Le pratiche di innovazione hanno bisogno di processi lenti. Abbiamo costruito Strategie con interventi diversi ma tenuti insieme da un’unica visione. Questo ha portato riconoscimento e forza, nei comuni e negli abitanti, e ha “alzato l’asticella” su cosa fare e come, anche dopo la chiusura della Strategia di area (esempio del Comune di Fontanigorda nella definizione della progettualità Sprar, con il prefetto e l’acquario di Genova).

– Abbiamo capito perché un territorio è fragile (la distanza dai servizi, per esempio), ma territori e agricoltura possono essere resilienti, ovvero resistere e ospitare. Essere marginali vuol dire essere diversi, e la diversità è garante di resilienza (spazi di opportunità).

– Abbiamo sostenuto progetti mirati (anche a basso costo, per capire come funzionano e quali risultati producono), con dimensioni multiple (esempio usi civici, accesso alla terra), che diventano strategici e possono generare reddito (anche generando economia circolare e generativa di altre economie).

2.    Cosa abbiamo imparato dagli innovatori e dalle progettualità

– È importante la contaminazione tra politiche diverse, come welfare e recupero del territorio (esempio ex vigneto abbandonato recuperato con associazione fondiaria tra cittadini), e la connessione con altre iniziative culturali.

– Abbiamo seguito nuove realtà che immaginano risposte a nuovi bisogni. Le esperienze innovative di welfare (e di secondo welfare, che superano il perimetro pubblico) coniugano ambiente ed economia sociale. Anche l’agricoltura sociale cambia, cercando mercati e piccola/media distribuzione, coniugano diversi tipi di fragilità: persone espulse dal mercato del lavoro e fragilità dei luoghi.

– Nascono nuove forme di scambio (autoproduzioni) e in molti casi elemento comune è la condizione di partenza. L’agricoltura diventa luogo di emancipazione: c’è richiesta di autoformazione, c’è una domanda sul recupero di terre, si promuovono azioni di mappatura (spesso sono giovani che non hanno esperienza diretta in agricoltura, ma competenze qualificate di altra natura).

– Si tratta di esperienze che devono coniugare risorse pubbliche e private, prevedere una governance mista (pubblico e privato sociale), figure di animazione territoriale (esterne) e accompagnamento.

– Cosa generano? Prodotti (per esempio, il marchio sociale della cooperativa), imprese sociali, cooperative di comunità, dati e conoscenza, nuove modalità di interscambio.

3.    Cosa abbiamo imparato dalle esperienze con stranieri e migranti

– Le cose cambiano se si pensano in modo integrato con chi abita, se si coniugano “migrazioni di ritorno e migrazioni di arrivo”, e se le azioni non riguardano solo l’accoglienza ma altre problematiche, come l’occupazione di tutti gli abitanti (esempio Valle di Comino), il mantenimento di economie generate dalla salvaguardia e dall’uso territorio (esempio Casentino-Valtiberina). Nel caso della presenza di stranieri residenti spesso abbiamo incontrato, come per i centri urbani, lavoro immigrato nei servizi sociali e sanitari di cura (esempio Casentino-Valtiberina).

– È importante partire dalle fragilità (dai bisogni e desideri) di chi accoglie e di chi è accolto. Si tratta di esperienze che hanno maggiori possibilità in aree dove sono evidenti le diversità e le disuguaglianze.

– Sono azioni spesso non replicabili in contesti urbani, ma che generano vantaggi per tutti: sono un beneficio per la tenuta dei paesi e per gli abitanti (micro-economie fondate sulla fiducia).

– In territori montani i migranti sono spesso coinvolti nella gestione del territorio e le amministrazioni colgono questa opportunità. Il vantaggio per i piccoli comuni è quello di liberare risorse e di smuovere altre energie.

4.    Qualche indicazione

– Scongiurare azioni/pratiche che rischiano di diventare assistenzialiste.

– È importante capire cosa succede dopo: quali forme di autonomia si attivano per chi decide di restare e per chi abita (stesso tema per persone e giovani che vivono in aree interne).

– Ripensare localmente gli interventi, andando oltre la retorica dell’accoglienza in piccoli comuni (da ripopolare con migranti) per affrontare il rapporto tra migrazioni e territori. La classificazione Snai dei comuni può essere funzionale a una buona gestione dei migranti (ovvero, proporre forme di accoglienza a determinate condizioni, con numeri piccoli e progetti di inclusione).

– I migranti, come i residenti in aree interne, hanno bisogno di servizi (sanità e trasporti, ma anche formazione): allocarli in aree senza un ragionamento sui servizi rischia di essere una marginalizzazione. La presenza di servizi potrebbe quindi essere un criterio da considerare nell’individuazione/selezione delle progettualità Sprar.

– Vogliamo che gli interventi per migranti siano pensati e realizzati con gli abitanti (inclusa la presenza di popolazione straniera residente), e vogliamo che tutti gli abitanti di un luogo, residenti permanenti o temporanei, siano beneficiari di diritti e servizi di cittadinanza.

– Maurizio Ambrosini parla di pluralità di modelli territoriali di impiego del lavoro immigrato (industria diffusa e distretti industriali con lavoro autonomo e micro-imprenditorialità; modello metropolitano; attività instabili e andamenti stagionali – prevalentemente in agricoltura), collocati in diversi contesti geografici del Paese. Potremmo immaginare un nuovo modello territoriale, in aree marginali, che produce innovazione nei sistemi di welfare locali e attiva mercati che definiamo nidificati: mercati indipendenti, decentralizzati e con una loro autonomia (inclusi i servizi), che superano i fallimenti del mercato (storicamente tra campagna e città) e riempiono un buco di offerta, in cui elemento distintivo è il capitale culturale (anche identitario) generato.

Daniela Luisi – Strategia Nazione per le Aree Interne

aperta il 05/06/20180 partecipanti

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