La politica di coesione è un’opportunità per l’Europa. Intervista a Fabrizio Barca

“La Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI) dimostra che la politica di coesione dell’Unione europea può rappresentare un ‘ponte’ verso milioni di cittadini in tutti i Paesi UE: quelli che avvertono se stessi come perdenti della globalizzazione, e che di fronte ad un aumento delle disuguaglianze e alla contrazione degli strumenti di welfare reagiscono manifestando la propria avversione alle frontiere aperte, ai flussi migratori e al trasferimento di poteri dagli Stati nazione all’Europa stessa”. Fabrizio Barca, che della SNAI è stato ideatore, si sta dedicando allo studio della faglia tra ambito rurale e urbano, e ai limiti delle politiche di sviluppo locale che non affrontano le esigenze delle persone nell’ambito in cui queste scelgono di vivere. Una visione miope, che ha finito per alimentare la crescita di movimenti e partiti autoritari e che potrebbe essere superata adoperando al meglio i contorni definiti per l’azione di coesione (i cui principali strumenti sono Fondo europeo di sviluppo regionale, Fondo sociale europeo e Fondo di coesione), che nel periodo 2014-2020 hanno assorbito circa 350 miliardi di euro, oltre il 30 per cento del bilancio UE.
È per questo che Barca parla di “una grande opportunità” per l’Europa, come ha ricordato al 7th Cohesion Forum, che si è tenuto a fine giugno a Bruxelles, dov’è stato invitato a tenere la relazione principale, “EU cohesion policy, a forward-looking perspective”. “Dopo la riforma del 2013 la politica di coesione ha indirizzi puntuali e la capacità di arrivare a definire gli interventi nei luoghi e con le persone, riuscendo, come dimostra l’esempio italiano della SNAI, ad attivare e ricostruire quel ‘ponte’ oggi largamente in disuso” dice.

Anche se tutto questo è possibile, nel suo intervento a Bruxelles lei ha sottolineato alcune mancanze della politica di coesione, da rivedere in vista del prossimo periodo di programmazione 2020-2027. Che cosa intende quando chiede alla Commissione di rendere evidente ai cittadini l'”European touch“?
La potenzialità di questo ponte consiste nelle contemporanea costruzione di due strumenti, che sono la chiave di volta del cambiamento. Da un lato serve una fortissima delega di responsabilità ai livelli locali di governo, non soltanto alle Regioni: per almeno 4/5 dei cittadini europei, il livello municipale (in Italia i sindaci) rappresenta il soggetto responsabile dell’assunzione di decisioni che riguardano la vita quotidiana. 
In moltissimi territori, e noi lo sappiamo, e ne abbiamo un esempio nel Sud del Paese, questo è però parte del problema, perché le classi dirigenti locali o non si sono rinnovate o sono state fiaccate dall’abitudine a trasferimenti finanziari dal centro o dall’Europa, usati solo per tenere bassa la tensione sociale, e quasi con l’obiettivo di non cambiare nulla, di mantenere l’arretratezza. In questi casi, questa classe dirigente locale va incalzata, va letteralmente destabilizzata.
I momenti decisionali devono includere insegnanti, studenti, imprenditori, giovani agricoltori, giovani creativi, mentre la classe dirigente locale è abituata ad intermediare solo con i soliti noti. Serve, quindi, ed è il secondo elemento innovativo, un ruolo forte della Commissione europea, che deve fare meno verifiche e controlli, che io ho proposto vengano lasciati ad un articolazione nazionale di agenzie di controllo, ed accrescere la propria presenza e funzione sui territori: l’Europa dovrebbe avere persone in Calabria, in Puglia, in Campania, in Sicilia. Servono almeno 500 figure professionali -dagli antropologi ai sociologi, ma anche ingegneri ed agronomi- di ‘cooperanti’. È ciò che in Italia abbiamo sperimentato con l’azione del Comitato Tecnico Aree Interne, che ha garantito una presenza dal centro come non c’era mai stata, modificando radicalmente il vecchio modello dei Patti territoriali, che prevedeva solo la delega ai livelli locali di governo”.

Al 7th Cohesion Forum ha criticato anche un ruolo di indirizzo affidato da sempre alle élite urbane, forse incapaci di comprendere le esigenze di coloro che vivono i territori rurali e marginali. Quali sono stati gli errori di questo approccio?
Per ragioni di competenze e possibilità sociali, questi ceti hanno maggiore facilità di accesso ai luoghi dove si decidono le riforme strutturali, all’interno delle quali portano la propria visione del mondo. Questo avviene anche nelle amministrazioni centrali, dove prevale l’idea che si possano disegnare interventi uguali per tutti, secondo l’idea di one size fits all, e che questa misura è ciò che essi conoscono, tendenzialmente le città. Però il 30 per cento della popolazione europea vive nelle aree rurali, e con fondatezza ha avvertito che le norme che si facevano -il disegno dei servizi per la salute, della mobilità ma anche il modo in cui sono scritti i capitolati- non rispondevano alle loro esigenze.
Su questo modello nelle politiche di sviluppo ha pesato una sorta di “metropolitanomania”, l’idea che il futuro dell’umanità sia necessariamente una enorme e gigantesca concentrazione di persone in grandi centri sempre più grandi. È qualcosa che è avvenuto, ad esempio, in Turchia, dove le aree tra i fiumi Tigri ed Eufrate sono state abbandonate da persone forzate a trasferirsi a Istanbul, con effetti drammatici che oggi possiamo misurare, legati al  rapporto tra etnie, alla povertà, e finendo anche col far esplodere esternalità negative, come  il traffico. L’Europa, che ha una popolazione rurale diffusa, può giocare questa carta alternativa.

In che modo, a suo avviso, andrebbe rafforzato il principio dello “place-based approach” inaugurato nel 2013 dalle politiche di coesione? L’Italia, con la Strategia Nazionale Aree Interne, può esser vista dall’Europa come un modello?
La prima cosa che SNAI insegna è “yes we can“: l’impianto costruito nel 2013 non ha bisogno di essere modificato; si può fare, con un po’ di testa, con persone capaci, non serve scrivere altre regole per farlo.
L’esempio italiano, con quattro governi che uno dopo l’altro hanno confermato un intervento su scala nazionale, permette di uscire da una logica che nel linguaggio dello sviluppo locale è conosciuta come “mille fiori”: ci sono tante belle esperienze, e bisogna favorirle, ma ogni tanto bisogna sapersi fermare e domandarsi se tra i mille fiori non ce ne sono almeno 250 simili che raccontano la nascita di una nuova specie, e dopo averne identificato le caratteristiche la si può identificare come un’operazione sistemica. La politica di coesione funziona quando è possibile una comparazione tra i fiori, che permette anche un aggiustamento continuo, e garantisce a coloro che sono coinvolti il senso di appartenenza a un’operazione nazionale, riconoscibile.

Qual è, se esiste, il limite di analisi esclusivamente quantitative in merito all’utilizzo dei fondi europei per la coesione, a cui guardano spesso i media?
È ovvio che per raggiungere l’obiettivo che tutti ci auguriamo, che sia una nuova scuola capace di assorbire tutti, e per primi gli studenti dispersi, con nuova pedagogia, o una nuova casa della salute, ci vogliono i soldi. I soldi servono, ma sono uno strumento, non il fine: la smania di spendere ha spinto a fare qualunque cosa, senza garantire però i servizi erogati. Come se ne esce? SNAI ha tentato di farlo con un modello che politicamente è impegnativo: costruendo, non correndo, e uscendo dalla logica dei progetti “cantierabili”; discutiamo prima di strategia “a vent’anni”, chiediamo di definire che cosa vuole essere questo territorio, per poi tradurre queste idee in risultati attesi e misurabili. Fatto questo, si arriva al denaro.
La sostenibilità politica di questo modo di lavorare è impegnativa. Perché postpone le decisioni di spesa, e dà l’opportunità ai molti critici, spesso quelli che auspicano di mantenere il vecchio modo di operare, di affermare che non si è investito; “hai visto, è un sistema carino, abbiamo fatto, parlato, ma adesso spendiamo nelle strade provinciali…”.
Regge, un processo del genere, se c’è una Strategia, un governo capace e istituzioni che danno fiducia. La Strategia Nazionale Aree Interne ha retto, e oggi si fanno i primi progetti. Mentre lavoravamo abbiamo visto maturare idee in grado di influenzare le scelte ordinarie. Questo è ciò che mi ha colpito in molti territori: avvertire un cambiamento nei comportamenti degli amministratori prima di spendere un solo euro. Questa cosa però non è discussa, non è oggetto di confronto, e fino ad oggi nemmeno di dominio pubblico”.

(luca martinelli)

aperta il 03/08/20170 partecipanti

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