“Appennino atto d’amore”, un libro di Paolo Piacentini

Paolo Piacentini ha scritto un libro, «Appennino atto d’amore» (Terre di Mezzo editore, 14 euro), il cui senso è riassunto in una frase della prefazione, firmata dal giornalista Paolo Rumiz: «…se l’Italia perde l’Appennino, perde se stessa. È in Appennino la sua anima». 
Della catena montuosa più estesa del Paese, che occupa il 31% della superficie nazionale, toccando 14 Regioni, l’autore è fondamentalmente un innamorato: fondatore e presidente di Federtrek, ente di promozione sociale attivo in tutta Italia, nel quotidiano è un funzionario del ministero del Turismo, e ha collaborato all’Anno dei cammini (2016). Piacentini conosce alla perfezione l’Appennino, per averne camminato il crinale e percorso i sentieri. Ma anche per esserci nato, a Castel Madana (Roma), al centro dei Monti Tiburtini. «Se qualcuno, in questo momento storico, mi dovesse chiedere a quale partito o area politica appartengo, gli risponderei che appartengo all’Appennino. Appartengo a un territorio. Appartengo a una terra che ti dà molto e ha bisogno di essere ricambiata con amore in termini di conoscenza e di cura» scrive Piacentini.
Conoscenza e cura che, però, mancano, forse perché – spiega l’autore – «la montagna non vota». Piacentini in questo libro racconta un cammino tra Riomaggiore, le Cinque Terre, in Liguria, e la cittadina natale. Un viaggio a piedi, realizzato in compagnia dell’amico Peppe, che lo aiuta a capire l’abbandono, lo scoramento, la fatica, di chi ancora vive in Lunigiana e in Garfagnana, di chi resiste nel Casentino o in Valnerina, sulla montagna reatina e in quella aquilana. I titolari di molte strutture ricettive, tra quelle raggiunte da Paolo Piacentini con l’amico Peppe, manifestano la volontà di chiudere.

L’Italia, però, non può permettersi di “chiudere” l’Appennino. Perché – come ricorda il l’Atlante dell’Appennino, promosso dai Parchi nazionali delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna e dell’Appennino Tosco-Emiliano, e realizzato dalla Fondazione Symbola- la dorsale interessa ben 2.157 Comuni (e cioè il 27% dei Comuni italiani), un territorio dove vivono 10,4 milioni di abitanti, il 17% della popolazione italiana («lo stesso numero di 25 anni fa grazie al contributo di 663mila immigrati» spiega l’Atlante). L’Appennino non ha eguali a livello continentale per percentuale di superficie tutelata da aree protette: ben il 16,1% (grazie a 12 Parchi nazionali e ben 36 Parchi regionali, tra cui quello dei Monti Lucretili, nel Lazio, di cui è stato presidente Piacentini).

L’Atlante per la prima volta quantifica la ricchezza prodotta dall’area. «Dalle imprese appenniniche viene prodotto il 14% del valore aggiunto nazionale: 202,9 miliardi di euro. Nel suo complesso, il  paniere di produzioni DOP e IGP dell’Appennino ha un impatto economico di forte rilievo, stimato in oltre 2 miliardi di euro in termini di valore alla produzione (il 16% del totale nazionale DOP e IGP pari a 13,8 miliardi), concentrato soprattutto nell’Appennino settentrionale (quasi i due terzi del valore complessivo, 65% del totale).

È possibile ripartire da questi dati? La risposta che ricaviamo leggendo il libro di Piacentini è un sì, forse, a patto di non considerare l’Appennino – e la montagna – un’isola. Serve, scrive l’autore di «Appennino atto d’amore», «una visione alta che lambisce l’orizzonte necessario dell’utopia: una visione ecosistemica che unisca i territori in un’alleanza di reciproca dipendenza». Le città, traduce, hanno bisogno delle montagne, e viceversa le aree interne hanno bisogno delle città. E anche nuovi servizi di cittadinanza, come suggerisce l’esempio della Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI). (lm)

aperta il 07/09/20180 partecipanti

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